La leadership tossica spiegata da chi ci è passata
Forse ti riconoscerai in questa scena.
Sono le 3:00 di notte.
Ti svegli all’improvviso.
Il cuore accelera leggermente.
Non è successo niente. Nessun rumore. Nessun pericolo reale.
Eppure il tuo cervello ha deciso che è il momento perfetto per riprodurre quella riunione di tre giorni fa.
Quella frase del tuo capo.
Quello sguardo.
Quella critica.
Quel messaggio ricevuto alle 18:57 che ti ha rovinato la serata.
Ti rigiri nel letto.
Cerchi di convincerti che non è importante.
Che stai esagerando.
Che domani andrà meglio.
Poi arriva la sveglia.
E il primo pensiero della giornata non è il caffè.
È il lavoro.
E senti già il corpo stanco.
Se stai vivendo qualcosa del genere, voglio dirti una cosa importante.
Non sei debole.
Non sei troppo sensibile.
E probabilmente non sei nemmeno il problema.
Negli ultimi anni la psicologia del lavoro ha iniziato a parlare sempre di più di una realtà che per troppo tempo è stata normalizzata: l’impatto biologico della leadership tossica.
Sì, biologico.
Perché il tuo corpo non distingue sempre tra una minaccia fisica e una minaccia psicologica costante.
Quando lavori in un ambiente imprevedibile, dove non sai mai se verrai criticato, sminuito, ignorato o umiliato, il tuo sistema nervoso rimane in uno stato di allerta continua.
Gli psicologi la chiamano ipervigilanza.
È quella condizione in cui il cervello resta costantemente alla ricerca di segnali di pericolo.
Ecco perché controlli dieci volte le email.
Perché rileggi i messaggi prima di inviarli.
Perché ti prepari mentalmente a conversazioni che forse non avverranno mai.
Perché anche durante il weekend una parte di te non riesce davvero a rilassarsi.
Il tuo corpo sta cercando di proteggerti.
Solo che lo fa consumando enormi quantità di energia.
E a lungo andare il prezzo si paga.
Prima arriva la stanchezza.
Poi l’ansia.
Poi il dubbio.
E infine una delle conseguenze più subdole della leadership tossica: inizi a non fidarti più di te stesso.
È esattamente ciò che è successo a me.
Per molto tempo ho creduto che il problema fossi io.
Del resto era quello che continuavo a sentirmi dire.
“Eri troppo emotiva.”
“Te la prendi troppo.”
“Hai capito male.”
“Sei troppo sensibile.”
Quando queste frasi vengono ripetute abbastanza a lungo succede qualcosa di inquietante.
Inizi a interiorizzarle.
Gli psicologi parlano di gaslighting quando una persona manipola sistematicamente la percezione della realtà di un’altra fino a farle dubitare delle proprie emozioni, dei propri ricordi e del proprio giudizio.
E la cosa più pericolosa è che spesso non te ne accorgi subito.
Accade lentamente.
Come una goccia che cade sempre nello stesso punto.
Finché un giorno non ti riconosci più.
Io appartengo a una generazione cresciuta con l’idea che bisogna essere accomodanti.
Che bisogna sopportare.
Che la reputazione è fondamentale.
Che mettersi contro il capo equivale quasi a una forma di suicidio professionale.
Così continui a stringere i denti.
Per mesi.
A volte per anni.
Nel frattempo però accade un fenomeno molto interessante dal punto di vista psicologico.
Più una situazione diventa tossica, più il gruppo tende ad adattarsi alla tossicità.
È un meccanismo noto nella psicologia sociale.
Le persone imparano che per sopravvivere è meglio non esporsi.
Non fare domande.
Non creare attriti.
Non disturbare gli equilibri.
Anche quando quegli equilibri fanno male a tutti.
E qui arriva una delle verità più scomode che ho imparato.
Quando finalmente trovi il coraggio di parlare, non sempre ricevi il sostegno che immagini.
Anzi.
Spesso chi si lamentava con te sarà il primo a prendere le distanze.
Perché tu stai facendo qualcosa che loro non si sentono pronti a fare.
Stai rompendo il patto silenzioso del “facciamo finta che vada tutto bene”.
Non perché siano cattive persone.
Molto spesso perché hanno paura.
La paura è una forza incredibilmente potente.
E le persone spaventate cercano sicurezza, non cambiamento.
Per questo in molti ambienti tossici nasce spontaneamente la figura del capro espiatorio.
Qualcuno su cui scaricare tensioni, responsabilità e frustrazioni.
Qualcuno da indicare per evitare di guardare il vero problema.
E quel qualcuno, spesso, è la persona che ha avuto il coraggio di alzare la mano.
Quando ho capito questo, qualcosa dentro di me è cambiato.
Ho smesso di cercare approvazione.
Ho smesso di chiedere il permesso per stare bene.
Ho smesso di sacrificare il mio equilibrio emotivo per proteggere il comfort degli altri.
E ho iniziato a proteggere me stessa.
A quel punto ho contattato il sindacato.
Non è stata una scelta impulsiva.
È stata l’ultima scelta dopo aver provato tutte le altre.
Avevo dialogato.
Spiegato.
Argomentato.
Aspettato.
Niente era cambiato.
Anzi.
La situazione peggiorava.
Così ho deciso che il mio benessere meritava di essere difeso.
Quando il sindacato ha coinvolto le Risorse Umane, improvvisamente il problema che per mesi non esisteva più era diventato molto reale.
E sapete una cosa?
Anche in quel momento il mio responsabile continuava a non capire.
O almeno fingeva di non capire.
Perché ammettere i propri comportamenti significa assumersene la responsabilità.
E non tutti sono pronti a farlo.
Nel frattempo io mi sono fermata.
Per alcuni mesi.
Una pausa forzata che allora consideravo una sconfitta.
Oggi la considero una guarigione.
Perché ho scoperto una cosa che nessuno ci insegna.
Le persone resilienti non sono quelle che resistono sempre.
Sono quelle che riconoscono quando è il momento di fermarsi.
Di recuperare.
Di ricostruirsi.
Di scegliere sé stesse.
Oggi il mio lavoro non è diventato improvvisamente perfetto.
Il mio capo non si è trasformato in un guru della leadership illuminata.
Ma qualcosa è cambiato.
Io.
E quando cambi tu, cambia anche il modo in cui gli altri possono trattarti.
Ho smesso di vivere in modalità sopravvivenza.
Ho smesso di portarmi il lavoro nel letto, sotto la doccia, a tavola e durante il weekend.
So che il mio futuro probabilmente è altrove.
Ma nel frattempo non vivo più con quella sensazione di soffocamento costante.
E se stai leggendo queste righe mentre attraversi un periodo difficile, voglio che tu ricordi una cosa.
Le emozioni che provi non sono un difetto.
Sono informazioni.
L’ansia.
La tristezza.
La rabbia.
La frustrazione.
Spesso non stanno cercando di distruggerti.
Stanno cercando di dirti che qualcosa ha bisogno di cambiare.
Ascoltarle potrebbe essere il primo passo per tornare a respirare.
E credimi.
Dopo mesi o anni passati a sopravvivere, respirare di nuovo sembra quasi un superpotere.

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